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Pier Luigi Di Diego
Classe 1967, chef di cucina nonché socio fondatore de Il Don Giovanni,intraprende fin da giovanissimo la strada dell’arte culinaria. Padre e madre abruzzesi gli trasmettono la cultura della buona tavola fatta di genuine materie prime. “Sono cresciuto in un piccolo appartamento dell’interland milanese dove i miei genitori si sono trasferiti dopo varie migrazioni nel nord Europa. Vivevamo fra mille ristrettezze, ma i due frigoriferi - principale arredo della casa! – erano sempre stipati di leccornie prelibate”. Dopo il classico iter di scuola alberghiera e stagioni in località turistiche, all’età di 20 anni si imbarca sulle navi da crociera che toccano le coste orientali e occidentali delle Americhe. Il rigore entra a far parte della quotidiana formazione. Ancora un po’ di anni di “nomadismo” gastronomico ed ecco l’approdo al Trigabolo di Argenta: una sorta di laboratorio di alchimie del ‘500, uno dei protagonisti della rivoluzione della cucina italiana degli anni ‘80/’90. L’avventura Trigabolo termina nel 1995 – nei dettagli sono entrate le cronache giornalistiche dei principali quotidiani italiani – momento in cui sente la necessità di ripartire in giro per il mondo, fino a trovare radici nel 1998 nel territorio ferrarese e più precisamente nella piccola frazione di Marrara. Là, insieme a Marco, fonda Il Don Giovanni. In una vecchia casa di campagna, già sede per 35 anni di una storica trattoria, si realizza faticosamente -giorno dopo giorno- la nascita di quella che sarà una realtà gastronomica sempre più in evidenza sul territorio provinciale, allargatasi poi a livello regionale, fino a consolidarsi, dopo soli 4 anni, con il riconoscimento dell’ambita Stella Michelin, quale ristorante di qualità nel panorama della ristorazione italiana. Marco Merighi Classe 1969, oste in sala nonché socio fondatore de Il Don Giovanni, con l’iscrizione alla scuola alberghiera inizia la carriera nel settore della ristorazione. Intercalando il percorso scolastico e la “scuola del lavoro” si appassiona sempre di più all’arte dell’ospitalità. I grandi alberghi da ragazzo lo affascinano e lì, tra parannze da commis lunghe fino ai piedi e multe per qualsiasi disattenzione, apprende quel sano e faticoso rigore alla base di qualsiasi attività svolta in maniera professionale. Alla fine del 1991 approda, non a caso, in quella fantastica oasi gastronomica che era il Trigabolo di Argenta. Quell’uomo tarchiato, ingentilito da due grandi baffi, con lo sguardo profondo e consapevole -capace di trainare una brigata di allora giovani cuochi oggi tutti ai vertici della ristorazione italiana- lo ammalia a tal punto da rinunciare già a quel tempo a lauti compensi proposti da altre strutture. Grandi e piccoli vini, materie prime dall’autentico sapore del territorio di provenienza, rappresentano per Marco un vero paese dei balocchi. All’epilogo di quella fantastica avventura, con bene in mente uno dei tanti aforismi di Giacinto Rossetti: “la gente non sa che pagheremmo per farlo”, Marco decide di investire un anno della sua vita nelle campagne californiane di Napa Valley. Qui scopre il fascino, ma soprattutto il valore della vigna, l’arte della vinificazione e nel contempo una lingua che egli sa indispensabile per il proprio lavoro. Dopo varie esperienze tra cui l’import di vini dal Nuovo Mondo, nel 1998 decide, assieme all’attuale socio, di costituire Il Don Giovanni la cui insegna porta lo slogan Cucina per Passione. Un nome la cui scelta suscita da subito la curiosità degli avventori e alla domanda circa il motivo di tale nome segue la più sincera risposta: “Era una giornata uggiosa d’autunno e ci stavamo scervellando pensando a un nome per il nuovo ristorante. Dopo aver sondato svariati prefissi e suffissi come “eno” o “gastro” abbiamo capito che in realtà tale nome doveva rispecchiare la nostra indole per cui ci siamo chiesti cosa più ci piacesse della vita e a quel punto tutto è diventato più facile: le donne, la musica, il buon cibo e il buon vino e Don Giovanni era il personaggio che rispondeva pienamente a tutti questi requisiti. .Abbiamo apposto l’articolo “Il” poiché ci sembrava troppo pretenzioso chiamarlo come una grande opera. Chissà forse un giorno lo toglieremo…”. |

